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Chiesa di
San Michele a Pozzoveggiani



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A circa 5 km da Padova, sulla strada per Bovolenta che ricalca il tracciato della romana Annia, si trova la piccola chiesa di S. Michele Arcangelo, abbandonata fin dal XVIII secolo e passata inosservata alle indagini degli studiosi.
Essa è un interessante esempio di come nell’entroterra veneto echi di cultura artistica di matrice carolingio-ottoniana possano trovarsi intrecciati ed innestati con elementi propri dell’ambiente lagunare. Questi caratteri emergono non tanto dalla lettura dell’impianto, quanto piuttosto dall’osservazione delle tecniche impiegate nella costruzione e, soprattutto, dalle analisi dell’apparato decorativo, architettonico e pittorico.

La chiesa, innalzata nel XII secolo con impianto basilicale a tre navate, con tre absidi semicircolari, copertura e facciata a capanna, traeva la sua origine da un precedente edificio del VI-VII secolo, identificato con una cella memoriale per le sue dimensioni ridotte, la sua forma cubica e per l’anomalo orientamento con la facciata rivolta ad est e l’abside ad ovest.
L’edificazione della chiesa del XII secolo avvenne ribaltando l’orientamento e sviluppando lo spazio basilicale a tre navate a partire dalla facciata della cella, le cui dimensioni dettarono quelle della navata di centro.
In anni a cavallo tra la fine del XVI e gli inizi del XVII secolo la struttura venne trasformata in oratorio ad aula unica con l’eliminazione delle navate laterali: di quella settentrionale rimangono le murature dei locali adattati a canonica; di quella meridionale, abbattuta, restano visibili le arcate e le colonne, murate nella parete esterna (fianco sud).


Nonostante le profonde alterazioni, nella tipologia è evidente l’accostamento di quel modello basilicale di matrice bizantino-esarcale che si era venuto consolidando nell’ambiente lagunare a elementi tipici delle architetture occidentali di derivazione carolingio-ottoniana quali l’atrio. La chiesa di San Michele trova un più alto riferimento nel cantiere della basilica di Aquileia del Vescovo Poppone dell’XI secolo, luogo appunto della mediazione tra la cultura nordico-occidentale e quella di tradizione paleo-cristiano-bizantina.

Quanto osservato nell’impianto della chiesa trova conferma nei dettagli costruttivi e decorativi. La tessitura muraria a spina di pesce, particolarmente evidente nella parete ad est, testimonia difatti una conoscenza dei sistemi costruttivi impiegati dalle maestranze che si muovevano nell’area d’influenza del cantiere veneziano di S. Marco.
La decorazione plastica (fianco sud, angolo ovest), formata da undici formelle in terracotta con figurazioni geometriche e zoomorfe, come del resto il motivo in cotto a cellette che distingue la fascia terminale dell’abside, dimostrano invece un gusto d’oltralpe. Due cicli pittorici, sulle pareti superstiti della cella memoriale e nell’abside della basilica, costituiscono la decorazione della chiesa.
Il primo gruppo di dipinti, datato tra il X e l’XI secolo, rappresenta figure di Apostoli inquadrate entro le arcate di un colonnato. Il secondo ciclo, datato tra il XII e il XIII secolo, ricopre interamente il catino absidale secondo una ripartizione in tre registri: in quello superiore il Cristo Pancreator in mardorla è circondato dai simboli degli Evangelisti; in quello mediano la teoria degli Apostoli è interrotta al centro dalla raffigurazione di un pellicano che porta il nutrimento ai suoi piccoli; la fascia inferiore, infine, è decorata da una serie di cavalieri armati.