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Oratorio del Redentore



Orario

Immagini

Stefano dall'Arzere

Domenico Campagnola


Girolamo dal Santo

 

 


Cenni storici
Verso la fine di corso Vittorio Emanuele, in prossimità del piazzale, sorge l'antica chiesa dedicata all'Invenzione della Santa Croce di Gerusalemme, le cui origini quasi si perdono nel tempo. Fonti risalenti al XII secolo attestano infatti la presenza di un Ospizio di Santa Croce preposto al ricovero gratuito dei pellegrini diretti a Roma, nonché di un lebbrosario per i "malsani" e "martiri di Cristo" che, secondo le usanze dell'epoca, erano soliti prendere parte alle processioni preceduti da un compagno recante una croce.
L'importanza della chiesa come centro religioso crebbe con il passare degli anni, nel 1308 infatti, in seguito ad un allargamento delle mura urbane e alla ridefinizione dei confini parrocchiali, la chiesa di Santa Croce assunse il titolo di parrocchia.
Nel 1606 il canonico Ercole di Sambonifacio chiamò a reggere la parrocchia i Chierici Regolari Somaschi, cui venne attribuito il compito specifico di istituire un collegio per l'educazione dei giovani. Furono proprio i Somaschi a concepire l'idea di costruire una nuova chiesa in sostituzione all'originaria, piccola e in condizioni ormai precarie. Il progetto venne affidato al confratello architetto Francesco Vecelli a cui si deve la struttura della chiesa attuale, iniziata nel 1737 e consacrata nel 1749 dal cardinale Carlo Rezzonico.

Come dice Gian Antonio Moschini nella sua Guida per la città di Padova, "contigua alla descritta chiesa, di cui e anche rivolta ad uso, vi sta l'antica Confraternita del Redentore". E questo un edificio a pianta rettangolare costruito nel corso del 1400 e successivamente affrescato come ricorda una lapide collocata al di sopra della porta d'entrata.
Di tutto il ciclo pittorico, che si articolava lungo le quattro pareti, attualmente restano visibili 144 metri quadrati, databili intorno al 1537, e attribuiti a Girolamo Dal Santo, Domenico Campagnola. Stefano Dall'Arzere e, molto probabilmente, anche ad altre due mani.

Nota con il nome di Fraglia del Redentore, o anche Scuola del Santissimo Sacramento di S. Croce, fu istituita per iniziativa dei futuri associati e del vescovo di Padova Pietro Barozzi e durò per alcuni secoli finché "per decreto venne sciolta nel 1807, e tutti i suoi beni demaniali".
Attualmente nulla è più visibile delle strutture che dovevano esserci in passato, ma si sa che un posto privilegiato aveva, in corrispondenza della parete settentrionale, l'altare marmoreo dedicato al SS. Redentore, più volte citato nelle relazioni scritte in occasione delle visite pastorali, ornato con la statua del SS. mo Redentore, con reliquie e, almeno sul finire dell'Ottocento, con le statue dei Santi Pietro e Sebastiano. Sul lato orientale era situato l'altare dedicato alla Madonna della Neve, a sua volta ornato con reliquie.

Opere pittoriche
In sintonia con il culto del Redentore cui era consacrata la Fraglia, il ciclo di affreschi raffigura, con un intensità che lascia pensare più al fervore del sentimento religioso che alle istanze estetiche della committenza, la passione di Gesù Cristo, i Santi protettori di Padova e i busti di alcuni profeti.
La lettura dei riquadri andrebbe fatta seguendo lo svolgersi dei fatti, ovvero partendo dalla lacunosa Ultima cena [1] della parete orientale a cui, molto probabilmente, doveva succedere la scena di Cristo davanti al Sinedrio completamente perduta ad eccezione dei due pilastri decorati delimitanti la scena e di tre figure umane. Il racconto prosegue quindi con la Preghiera nell'orto [2], il Bacio di Giuda [3] parzialmente obliterato da una finestra ottocentesca, Cristo davanti a Caifa [4] e il Sacrificio di Isacco [5], probabilmente simbolica allusione al sacrificio di Cristo.
La passione lascia quindi il posto, sulla parete meridionale, ai Santi protettori di Padova: Giustina, Prosdocimo [6], Antonio e Daniele [7]. per riprendere sulla parete occidentale con Cristo davanti a Pilato [8], Cristo incoronato di spine [9], Cristo che cade sotto la croce [10], Gesù inchiodato alla croce [11], la Crocifissione [12] la Deposizione dalla croce [13] e, infine la Deposizione nel sepolcro [14].

Completamente scomparsi, ad eccezione delle colonne delimitanti la scena centrale e di qualche elemento paesaggistico, sono i tre riquadri della parete settentrionale che dovevano rappresentare il culmine di tutta la narrazione: l'apertura del sepolcro vuoto nel primo riquadro, come si potrebbe arguire dal frammento di una mano che impugna un bastone, situata vicino ad una struttura simile al sepolcro del riquadro precedente; il Redentore risorto nella scena centrale: e una delle prime apparizioni di Cristo risorto nel terzo riquadro, forse la cena di Emmaus, come potrebbe confermare l’ultima scena di tutta la sequenza. situata sulla parete orientale e interpretata come l'apparizione a Maria Maddalena: il Noli me tangere [15].

Complessa e controversa è la questione relativa alle attribuzioni . Alla "buona mano" di Girolamo Dal Santo vanno assegnate la maggior parte delle scene: esse risultano caratterizzate da un cromatismo molto intenso, a impasto, che non ha riscontro in altri cicli pittorici attribuiti allo stesso autore.
Rimane come sua caratteristica la "fondamentale ingenuità di concepire gli oggetti e le figure in uno spazio conquistato più tramite una sensuosa graduazione cromatica che per mezzo di una razionale disposizione di piani"; una certa rozzezza quindi che, se da un lato lo porta a dipingere con pesanti "sgrammaticature", dall'altro non esclude la sincerità dei suoi sentimenti che raggiungono, a tratti, l'intensità di una poesia.
Molto discusso è il contributo di Domenico Campagnola, pittore dalla spiccata personalità artistica, che molto probabilmente lavorò in questo oratorio alle dipendenze di Girolamo. A lui sono stati attribuiti i riquadri della parete meridionale raffiguranti i santi Giustina e Prosdocimo, a sinistra della porta, e i santi Antonio e Daniele a destra, ma tutt'altro che concordi, gli storici dell'arte hanno proposto, anche in tempi recenti, le più disparate attribuzioni.
Il terzo, e fino a prima del restauro si credeva ultimo, artista che lavorò nell'oratorio del Redentore è stato identificato in Stefano Dall'Arzere, cui sono stati attribuiti in tempi relativamente recenti, quattro riquadri che risultano molto rovinati in quanto eseguiti con la tecnica a mezzo corpo, cioè con colori leggeri quindi molto deperibili.

Resta infine, da analizzare la questione relativa ai possibili interventi, nell'ambito di questo ciclo pittorico, di altri due artisti.
Non si ritiene azzardato affermare che la Deposizione nel sepolcro sulla parete occidentale, il Noli me tangere e la discussa Ultima cena della parete orientale non siano attribuibili a nessuno dei tre pittori fino ad ora menzionati. La tecnica di detti riquadri richiama certamente quella di Stefano Dall'Arzere, ma è, se possibile, ancor più sottile, non a caso sono questi i riquadri più rovinati.
Si può quindi pensare che un quarto artista, seguace di Stefano o suo discepolo, avesse avuto l'incarico di dipingere il lato nord dell'oratorio, completamente perduto proprio a causa della tecnica usata, e le scene immediatamente attigue sulle pareti est ed ovest.
Ancora diverso è lo stile del riquadro, anch'esso quasi del tutto perduto, che doveva rappresentare, sulla parete orientale, la scena di Cristo davanti al Sinedrio. E’ l'unica raffigurazione racchiusa entro pilastri decorati anziché entro colonne, quasi a voler sottolineare la diversità del contributo.

Francesca Veronese