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Palazzo Mocenigo - Querini



Orario

L'ipogeo


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L'attuale casa della studentessa "Lina Meneghetti" in via Sant'Eufemia nn. 2-4, già casa Fabbro ed originariamente Mocenigo, venne edificata nel 1558 da Andrea Palladio per Leonardo o Lunardo Mocenigo, come fu dimostrato nel 1955 da R. Gallo: "Tuttavia l'attribuzione del palazzo al Palladio è, almeno in parte, contrastata da altri documenti, scoperti nel 1939 dalla Rigoni, i quali attestano che ideatore e proto della fabbrica fu, nel 1540, Agostino Righetti che lavorò qui per conto di Antonio Mocenigo, figlio di Alvise". Per Checchi, Gaudenzio, Grossato nel 1961: "Indubbiamente l'edificio costruito dal Righetti, venne, dopo la morte di Antonio Mocenigo avvenuta nel 1557, ripreso in mano da Andrea Palladio per volontà dell'erede Leonardo".

"In queste case dei Querini" abitò a lungo il docente universitario Luigi Luzzatti, veneziano, e nacque il già nominato Ippolito Nievo come ricorda la lapide sull'omonima piazzetta dettata da Antonio Fogazzaro: "In queste case dei Querini / Ippolito Nievo / nacque il trenta novembre 1831/ ai canti / alla gloria / agli abissi del mare". Morto nel 1861 nel naufragio del piroscafo "Ercole".
In casa Mocenigo morì il 5 Luglio 1708 Ferdinando Carlo Gonzaga, ultimo duca di Mantova, esule riparato a Padova. Per una ventina d'anni, fino al 1895, il prof. Luzzatti che cosi scrisse nelle sue "Memorie": "Casa pregna di una singolare atmosfera, con 1'ampia fronte raccolta in una torre a guisa di tempio e alberi annosi ai due lati e una gran pace all'intorno".

Decorazione pittorica


La casa era tutta decorata internamente di affreschi, ci cui vi è cenno nel Rossetti; detti affreschi scomparvero in epoca non precisata sotto un nuovo intonaco, che fu tolto nel 1956 ad opera della Soprintendenza al Monumenti di Venezia, che provvide anche al restauro degli affreschi riapparsi in luce. Tutte le pareti della sala al pianterreno, quelle delle scale che conducono al salone del primo piano e quelle del salone al primo piano sono decorate da pittori diversi, che operano forse insieme, certamente nel 1558 o poco dopo.


Mentre il soffitto e le pareti della scala sono decorati a grottesche da un pittore probabilmente specialista in materia, le sale inferiore e superiore presentono figure varie e motivi decorativi diversi entro una finta incorniciatura architettonica con colonne scanalate, con cartelle, nicchie con figure monocrome e sovrapporte.
Per quanto molto danneggiate le figure e i finti elementi architettonici che le incorniciano, rilevano ancora attraverso la finezza del disegno e gli squisiti accostamenti pittorici la mano di un grande pittore, certamente educato in Verona, fucina di pittori preparati ad un tal genere di decorazione.

Nel riquadro a sinistra dell'ingresso (a cui fa riscontro uno simile sulla parete di fronte) troviamo inserita, nel mezzo, una cartella con cornice, volute, festoni, mascherone ed un ovato contenente una scena monocroma; adagiate sopra la cartella stanno due figure muliebri separate da un busto virile con corazza e poggianti i piedi sopra fregi di corazze, ecc., ai lati della cartella; sotto la stessa due figure virili seminude distese, una di vecchio e l'altra di uomo maturo. Delle due figure muliebri adagiate sulla sommità della cartella quella di sinistra tiene in mano una spada e l'altra è appoggiata a due volumi; le due figure stanno con tutta probabilità a significare l'una la virtù guerriera e l'altra la sapienza di cui doveva essere dotato il personaggio del busto (di cui è irrimediabilmente perduto il volto, causa abrasioni), che è o un antico illustre personaggio romano (forse Giulio Cesare; e pertanto i due volumi potrebbero essere il "De bello gallico" ed il "De bello civili") oppure un antenato illustre dei Mocenigo.
In stretta connessione con il busto e le due figure muliebri sono anche i pezzi di armatura ed elmi che formano il fregio ai lati della cartella, ed anche i due nudi distesi sotto la medesima, che hanno tutto l'aspetto di nemici vinti e prigionieri. Pure nell'ovato monocromo colore terra gialla contenuto al centro della cartella è certamente illustrato un episodio cruento relativo alla storia del personaggio: seduto a sinistra vicino ad una colonna, con corazza e toga, egli indica con la mano tesa un gruppo di guerrieri inginocchiati e legati, di cui un boia con la spada alzata sta eseguendo la sentenza di morte per decapitazione. L'ovato è contenuto entro un elegante ed esuberante cornice a volute e ritorte, decorata con doppio motivo ad astragalo contenente, in basso, due nudi distesi ai lati di un mascheroni.


Procedendo a sinistra oltre il riquadro sopra descritto, fra la due belle finte colonne ioniche una nicchia con la figura monocroma di Mercurio sollevante il caduceo con la destra e recante un rotolo nella sinistra; sopra la nicchia un pannello rettangolare con un'illustrazione monocroma forse di un episodio mitologico.


Procedendo ancora, una porta sormontata da un pannello a lunetta contenente due bellissimi putti nudi intenti a decorare con un nastro viola una grande conchiglia che fa da cornice ad un busto femnimile.

Chi è l'autore di questa bellissima decorazione della sala al pianterreno della casa Mocenigo? Il prof. Muraro, che fu il primo a farne cenno, si limita a definirlo "maestro veronesiano" e ci informa che, dal punto di vista tecnico si differenzia dagli altri autori in quanto "procede a velatura con colori molto diluiti su intonaco ben levigato".
La prof. Crosato dichiara di ritenerli del veronese Domenico Riccio detto il Brusasorci. Tuttavia Checchi, Gaudenzio e Grossato, pur rimanendo d'accordo con la Crosato sulla qualità veramente elevata di queste pitture, non concordano sull'attribuzione.
Alcuni confronti fra queste pitture e quelle eseguite dal veronese G. B. Zelotti e nelle ville venete hanno permesso agli autori sopracitati di rintracciare varie analogie iconografiche fra queste e quelle, nonché di riscontrare affinità stilistiche così forti da indurli a pensare che l'autore di tali affreschi sia lo Zelotti piuttosto che il Brusasorci.

La decorazione delle pareti e del soffitto delle scale è a grottesche vere e proprie o a finte balaustre al di là delle quali si affacciano piante con frutta e fiori ed uccelli. Secondo il prof. Fiocco, l'autore di questa decorazione in casa Mocenigo potrebbe essere il veronese Eliodoro Forbicini ed il prof. Muraro osserva che detta decorazione è eseguita "a secco, talvolta con impasti di colori ora caduti", vale a dire che più che l'affresco si usò una tecnica a tempera.
La decorazione del salone al primo piano è anch'essa del tipo in voga nelle ville di questo periodo con finta incorniciatura architettonica di colonne scanalate, poggianti su ampia ed alta base di finti marmi pezzati e sormontate da trabeazioni e fregio. Fra colonna e colonna ampi riquadri con scene mitologiche con vasto fondo paesistico, e sormontate da putti nudi adagiate su festoni di fiori alcune nicchie contenenti divinità pagane e sovrapporte con festoni e cartelle con piccoli monocromi. Nonostante i riquadri con soggetti mitologici siano piuttosto danneggiati nel colore, essi sono ancora leggibili e godibili nelle loro cromie chiare e luminose.
I riquadri sono quattro e contengono quattro episodi del mito di Giasone e degli Argonauti. Che si tratti di quel mito non vi è dubbio, perché sono individuabili nello sfondo una nave con accanto gli eroi che presero parte alla spedizione, fra cui Ercole (riconoscibile per la clava e la pelle leonina) ed i Dioscuri Castore e Polluce. Inoltre in un altro riquadro è raffigurato Giasone nell'atto di afferrare l'ariete dal vello d'oro, mentre il drago giace addormentato al piedi dell'albero.

Nelle nicchie vediamo le divinità Dioniso o Bacco e Flora; il primo è incoronato di foglie di vite e tiene in mano e preme un grappolo d'uva, il cui succo va a cadere in un vaso dorato al suoi piedi; la seconda pure incoronata di fogli tiene in mano una lunga cornucopia dalla cui bocca escono foglie e fiori. II danno subito da questi affreschi non è tale da impedirci di vedere che essi sono di qualità diversa da quelli del salone inferiore, e cioè sono di una mano meno energica e decisa, di un artista più debole ma tuttavia assai raffinato nel colore. Un pittore che sente assai meno i valori plastici, che ignora la grandiosità dei moduli michelangioleschi (tanto cari allo Zelotti) che non fa giganteggiare le figure nell'ambiente, che è portato alla narrazione senza enfasi; ma che sente in alto grado il gusto dei raffinati accostamenti cromatici, di evidente derivazione veronesiano.
Questa raffinata sapienza cromatica si può cogliere dovunque, nelle figure e nel paesaggio, come negli elementi decorativi. E si può indicare a titolo di esempio quelli della figura femminile di Creusa nel riquadro dell'Incontro di Giasone con Creusa in cui costituiscono come una sinfonia di toni chiari in continua alternativa di caldi e di freddi, immessi nel gioco fatto di innumerevoli pieghe ora incrociate ora parallele, ora continue ora spezzate.
La sobrietà dei gesti, la modestia dei moduli figurativi, l'assenza di ogni elemento drammatico dà a queste scene illustranti episodi mitologici una piacevolezza, una levità che ben si addice ad una casa tranquilla, di pace e di riposo quale doveva essere appunto dei Mocenigo.


Chi è questo pittore idillico? Benedetto Caliari, il fratello minore di Paolo Veronese, suo seguace e talora aiuto? C'è qualcosa che ricorda qui i suoi affreschi nella Villa Corner-Piacentini a S. Andrea oltre il Musone di Castelfranco Veneto; tuttavia non si può, almeno per il momento, decidere in tal senso, e ci si limita per ora ad avanzare questo nome in via puramente ipotetica.


L'Ipogeo (resti dell'antica chiesa bizantina di S.Eufemia)


Malgrado la generale decadenza dell'impero bizantino, Padova fu ancora centro militare ed ecclesiastico importante della Venezia bizantina. Che essa rappresentasse alla metà del secolo sesto una base militare cospicua, lo mostreranno gli avvenimenti dell'invasione longobarda che fosse sede, durante la dominazione bizantina, di una notevole fioritura cristiana, ci è confermato dalle chiese greche che dovettero essere in quel periodo, specie nella parte orientale della città. Di esse, sola ci è rimasta S. Sofia; S. Eufemia e S. Maria Iconia hanno lasciato il nome a due antiche strade in quartiere Portello; di S. Cristina (situata nei pressi di via S. Francesco, precisamente in via della Pieve) non è rimasto che il ricordo.
S. Eufemia fu la patrona del Concilio di Calcedonia (579). Della chiesa di S. Eufemia o S. Fomia, donata nel 1064 dal vescovo Olderico al monastero di S. Stefano in Padova, non ci è rimasto, oltre che il nome della omonima contrada, che l'ipogeo addossato alla casa Querini dove nacque lo scrittore Ippolito Nievo. II campanile del sacro edificio, se vogliamo credere allo storico Ongarello, esisteva nella prima metà del sec. XV.
Nel 1308 Si ebbe una nuova delimitazione delle parrocchie padovane: esse erano già ventotto. Mancava nell'elenco S. Eufemia, dovuta forse tale scomparsa all'erezione delle due vicine parrocchie di S. Maria Iconia e di S. Massimo che portò all'abbandono, a poco a poco, del vetusto edificio.

Gianfranco Maritan