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Oratorio di
S. Margherita di Antiochia



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Tommaso Temanza

Francesco Zugno

La scuola dei Bonazza


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Cenni storici

Nel Medioevo l'oratorio di S. Margherita fu il centro religioso della omonima contrada padovana fino alla costruzione della chiesa di S. Francesco, nel 1416.

L'oratorio e' dedicato alla martire Margherita d'Antiochia, da non confondersi con S. Margherita (o Pelagia o Marina) Vergine.
Secondo la Legenda aurea di lacopo da Varazze, Margherita, nobile giovinetta di Antiochia convertitasi al cristianesimo, rifiutò di sacrificare agli dei. Resistette con costanza alle più atroci torture e, incarcerata, vinse le tentazioni del diavolo che le apparve anche sotto forma di drago per divorarla. Prima di essere decapitata pregò per Sè, per i suoi persecutori e per coloro che l'avessero invocata nelle loro preghiere, in particolare per le partorienti in difficoltà che avrebbero cosi dato alla luce una creatura in buona salute.

L'oratorio esisteva già alla fine del XII secolo, quando fu incorporato ai beni dell'abbazia di S. Cipriano di Murano (VE), a sua volta proprietà delle monache benedettine di Malamocco Vecchio (VE). Successivamente, in seguito all'estinzione delle monache, l'abazia con le sue proprietà fu fatta giuspatronato dei nobili veneziani Grandenigo. Nella seconda metà del XVI secolo i beni del l'abbazia di S. Cipriano passarono al patriarca di Venezia, ma Sisto V, papa dal 1585 al 1590, stabili che S. Margherita fosse separata dall'abbazia. Nella prima metà del settecento i Grandenigo finanziarono il radicale rinnovamento dell'oratorio, dandogli l'aspetto attuale.
Chiuso nel 1808, all'epoca delle soppressioni napoleoniche, nel 1852 l'oratorio fu restaurato e riaperto al culto.
L'oratorio di S. Margherita oggi dipende dalla parrocchia di S. Francesco.

L'architettura

La facciata dell'oratorio di S. Margherita fu costruita nella forma attuale nel 1748, prima opera sicura dell'architetto veneziano Tommaso Temanza (1705-1789). Temanza fu esponente nel neopalladianesimo, stile architettonico derivante dagli edifici e dai trattati di A. Palladio (1508-1 580) e dai suoi imitatori seicenteschi.
Dopo il 1750 il neopalladianesiino veneto partecipò alle finalità dell'architettura neoclassica europea, come reazione agli eccessi del tardo barocco e del rococò e desiderio di fondarsi su principi fissi, basati sulle leggi della natura e della ragione, presenti nell'architettura classica.

Secondo Rudolf Wittkower fu con Temanza che l'architettura veneziana divenne un ramo del movimento neoclassico europeo, in particolare nell'intemo della chiesa veneziana di S. Maria Maddalena, liberamente derivata dalla cappella palladiana di Villa Barbaro a Maser (TV).
Anche la coeva facciata di S. Margherita, elegante, sobria e lineare, è stata interpretata come superamento critico di un generico palladianesimo e punto di partenza di un'attività, pratica e teorica, basata su principi di rigorosa razionalità neoclassica (Bresciani Alvarez).

In pietra d'Istria, la facciata parte da un liscio basamento su cui poggiano quattro colonne ioniche che sostengono la trabeazione e un attico di coronamento, con quattro lesene sugli assi delle colonne e delle statue sovrastanti.

Temanza conobbe controversa fortuna. I contemporanei lo criticarono duramente: il francescano veneziano Carlo Lodoli si accani particolarmente contro la facciata di S. Margherita e poco ci mancò che riuscisse a farla abbattere appena compiuta, efficacemente contrastato dall'autorevole professore Giovanni Battista Poleni, di cui Temanza era stato allievo in matematica e "meccanica particolare dell'architettura".
Eppure Temanza fu uno dei pochi architetti del suo tempo ad approfondire il problema del proporzionamento di un edificio, in modo da ottenere unità ed armonia architettonica, in termini scientifici e relativistici, cioè in rapporto agli angoli visuiali.

Il lotto su cui sorge la chiesa di S.Margherita misura m 6.70 x m 4.50. La pianta si sviluppa con un'unica navata rettangolare e una cappella maggiore, o presbiterio, e con l'altare centrale. Nella navata si susseguono paraste ioniche disposte su un basso zoccolo e concluse in alto dalla trabeazione. Quattro grandi arcate segnano lungo l'asse maggiore l'ingresso all'aula e l'accesso alla cappella, sull'asse minore due altari affiancati da nicchie con sculture a tutto tondo.
Lo spazio è chiuso da una volta ribassata a schifo, cioè una volta a padiglione conclusa da un piano orizzontale che taglia i fusi sotto la chiave. Sull'autore del progetto sono riportate poche notizie: le guide antiche nominano uno sconosciuto Domenico Rizzi, ma Bresciani Alvarez, considerando l'impronta tardo barocca veneziana dell'apparato decorativo, propone un architetto di transizione tra barocco e neoclassicismo, il luganese Domenico Rossi, morto nel 1737.

La decorazione scultorea e pittorica Sopra l'attico della facciata le quattro statue delle Virtù Cardinali sono del veneziano Francesco Bonazza (c. 1695-1770), appartenente ad una famiglia di scultori. Fortezza, Giustizia, Prudenza e Temperanza sono rappresentate come giovani donne in abiti lunghi, combattenti contro i vizi (Psycomachia). Le statue presentano una certa monumentalità e staticità: ad esempio il modellato fascia e imprime un senso di rigidità ai corpi. Tuttavia nei volti si può intravedere un tenue sorriso che le rende meno severe.

L'interno

All'interno dell'oratorio, in quattro nicchie, Si trovano le statue degli Evangelisti, con i loro simboli: Marco e il leone [7], Luca e il toro [1], Giovanni e l'aquila [9], Matteo e l'angelo [3]. A Francesco Bonazza sono attribuite le statue di S. Luca e S. Giovanni, che risultano più statiche, con le vesti molto fasciate e meno fluide rispetto a S. Matteo. Quest'ultimo e' attribuito al fratello Antonio, esponente della corrente naturalistica della scultura veneta del '700. Antonio Bonazza (Padova, 1698-1763) ha la capacita di rendere le sue sculture mosse ed espressive, grazie ad un accentuato dinamismo delle membra, al forte chiaroscuro delle vesti e ad una forte integrazione con lo spazio.
Per quanto riguarda la statua di S. Marco non è stata individuata una specifica attribuzione. Tuttavia il morbido panneggio e la flessuosità l'avvicinano allo stile di Antonio Bonazza.

L'interno dell'oratorio offre un piccolo ma interessante spaccato di opere pittoriche di artisti della scuola settecentesca veneta, realizzate in coerenza con le linee architettoniche dell'ambiente. II gusto decorativo aggiornato allo stile neocinquecentesco dei grandi affreschi di Sebastiano Ricci (1659-1734), caratterizzati da tu colore chiaro, da una luce diffusa e serena, da strutture compositive libere e asimmetriche che segnano il superamento degli schemi tardo barocchi e introducono al rococò.

Al centro della volta il grande e movimentato affresco con la Apoteosi di S. Margherita [10]è stato attribuito, per il cromatismo cangiante c lo schema compositivo, al veronese Giorgio Anselmi (1722-1797). La Santa con la palma e la corona del martirio, inginocchiata a braccia spalancate, guarda verso un angelo nel cielo, mentre le teste di altri due angeli emergono dalle nuvole. Al suo fianco i due carnefici, in basso altri soldati e il mostro che secondo la tradizione agiografica tende di ingoiarla, in lontananza due donne in preghiera.
La composizione fortemente scorciata dal basso raggruppa le figure ammassandole nella parte inferiore e isola al centro l'immagine della martire. A sinistra un porticato con colonne ioniche blocca la scena e collega le due zone del dipinto.

A destra della navata Si trova la pala della Fuga in Egitto della Sacra Famiglia [8], attribuibile, per impostazione, tipologia delle figure, ricerca psicologica e interesse realistico, al veneziano Francesco Polazzo (1683-1753), seguace del Ricci. L'episodio evangelico è presentato in una dimensione intima, quotidiana: al centro Maria con il Bambino sembra arrestarsi e volgersi al richiamo di Giuseppe, che protende in avanti il volto con atteggiamento di sollecitudine.
II gruppo è ricco di accenti naturalistici soprattutto nella figura di Giuseppe, col grosso sacco e gli arti robusti, mentre Maria è più dignitosa ed un po' manierata nell'espressione del volto. Un angioletto aggrappato alla corda dell'asino sottolinea il movimento del gruppo da destra verso sinistra, sullo sfondo alberi frondosi spiccano su una fantastica montagna.

A sinistra della navata la pala con S. Francesco di Paola [2] è attribuita da Sesler a Giuseppe Nogari (1699-1763): l'impaginazione animata e il cromatismo vicini alla lezione del Ricci, ci rammentano che Nogari fu tra i più notevoli battaglisti dell'epoca. La tela raffigura, con il bastone che il rosario simbolo di devozione mariana un santo taumaturgo particolarmente venerato nel '700, intento a guarire un cieco e uno storpio.
Notevole è la resa della sua pietà nel gesto benedicente della mano affusolata, nel volto affilato dall'intensa espressione nell'inclinazione del busto verso le manifestazioni del dolore e della fede.

Tra le lesene delle pareti laterali, entro comici rettangolari in rapporto con l'architettura e la luce naturale, sono dipinti sedici putti alati a chiaroscuro. Sorrette da banchi di nuvole, le plastiche figure reggono simboli che li connotano come raffigurazioni delle sette virtù teologali e cardinali della mansuetudine, della castità e dei sette doni dello Spirito Santo.

Nella cappella, la pala dell'altare rappresenta la Gloria di S. Margherita [5] con la palma del martirio nell'atto di calpestare il diabolico drago. Le tecniche di lumeggiatura e ombreggiatura, i delicati accordi cromatici, il disegno sicuro hanno indirizzato Sesler ad attribuire la tela al veneziano Francesco Zugno (l709-1787), allievo di Giovan Battista Tiepolo e del Ricci.
Da notare il semplice ma elegante panneggio lineare, il sobrio lirismo del volto in estasi, la precisione anatomica degli arti nella graziosa figura allungata in una leggera rotazione. In rapporto con la pala dell'altare è lo sfondato ovale ad affresco della volta della cappella con una visione di angeli nel cielo rivolti al monogramma di Cristo tra le nuvole, attribuito, come i putti della navata, alla scuola di Francesco Fontebasso (1709-1769). Efficaci sono la disposizione a spirale delle figure e gli effetti atmosferici nel rendere il senso di profondità infinita.

Di Fontebasso è una delle tele laterali del presbiterio, quella di destra, con la Condanna di S. Margherita [6]. A sinistra il Martirio di S. Margherita [4], oggi in pessime condizioni, è opera di un allievo.
Ricco c
romatismo, pennellata nervosa e morbido chiaroscuro caratterizzano l'arte di Fontebasso, che restando fedele alla luminosità riccesca si avvicina anche all'impianto classicheggiante e al plasticismo delle correnti chiaroscurali centro italiane.
Nelle tele sarebbero ritratti due esponenti della famiglia Grandenigo: il vecchio che assiste alla condanna della Santa sarebbe Vincenzo Grandenigo (1550-1 623), primo abate di S. Margherita sepolto nell'oratorio; il personaggio presente al martirio sarebbe Vincenzo VI Grandenigo, detto Gerolamo (1711 - 1782), forse il committente del lavoro.